Due e tre cose che so di lui. Del nostro pericolo più grande

Un disastro.

Sono nato nel 1990 e non ho mai affrontato niente di simile. Niente che sia penetrato così tanto nella mia vita. Nella vita di 3 miliardi di persone, sottoposte allo stesso trattamento.

La quarantena.

Ogni stato, ogni singolo apparato amministrativo locale, alle prese tutti i giorni con la stessa emergenza, si chiama Covid-19.

Ogni singolo pilastro di tutte le società civilizzate del mondo è investito come uno tsunami da questa epidemia.  Dalla sanità alla cultura. Dal giornalismo alla filiera agroalimentare. La ristorazione e il settore giuridico. Il mondo non gira perchè l’economia è paralizzata.

Al di là di lotte politiche intestine e di ogni teoria complottista alimentata dal soffio di migliaia di fake news, al di là del santino che portate nel portafoglio e del colore politico è indubbio che questa è un’emergenza totale.

La salute e l’economia.

Si piange per la perdita di un caro, si piange per il lavoro dei medici in prima linea, si piange perché si perde il lavoro. Licenziamenti, casse integrazione e liberi professionisti spazzati via come la cenere di sigaretta, esuberante sul tavolo.

Questa è l’entità di questo virus. La sua portata di danno, ad ogni strato della società.

Personalmente sono della tesi che la moltiplicazione delle malattie infettive trasmesse dagli animali all’uomo sia dovuta principalmente all’azione aggressiva umana nei confronti degli ecosistemi naturali.

Deforestazione, inquinamento e gestione scriteriata delle riserve naturali della terra hanno portato gli animali ad indebolirsi, specialmente a livello del sistema immunitario.

Il resto viene da se.

 

Ma due e tre cose che so di lui sono.

Parlando, per lavoro, spesso con professionisti della filiera agricola, da coltivatori a produttori, dal biologo al climatologo delle più prestigiose università d’Italia, ho raccolto un profilo sondato e analizzato dello stato di salute ambientale di tanti ecosistemi.

Siamo messi male. Molto male. Un Coronavirus della terra che come una locomotiva ci porta verso uno schianto molto più forte della crisi che stiamo vivendo.

Quello che mi fa più paura è che se le persone più spaventate dal virus si rendessero conto del “punto di non ritorno” che abbiamo raggiunto invocherebbero più dell’esercito nelle strade per controllare chi fa attività fisica all’aperto.

Invocherebbero il prete o una preghiera disperata nei confronti delle divinità.

Api, Alpi, vigne.

Dal Trentino Alto Adige al Piemonte, dalla Sardegna alla Maremma, gli ecosistemi soffrono, a causa di un virus che ha un nome ben preciso, si chiama Cambiamento Climatico e questo ha una portata di dimensioni così grandi che il nostro cervello, macchina (quasi) perfetta fa fatica a contemplare nella sua dimensione a 360 gradi.

Il Futuro sorride a quelli come noi

Siamo la generazione infilata nel buco nero della storia e sta noi cambiare in meglio. Ma viviamo pieni di demoni interni.

Come diceva Eduardo De Filippo “Ha da passà ‘a nuttata”. 

 

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