Il Dek Italian Bistrot, la folle e concreta ambizione del Rasta

Rocambolesco e simulacro di culture, visioni steampunk all‘alba della ristorazione pratese, rivoluzioni sintomatiche moderne  e colori non risparmiati. Il Dek Italian Bistrot è energia allo stato puro. Dal vortice di sapori al calice, un viaggio esposto al sole e si connette con Ibiza. Un Pollock di tavoli ed odori, con la mentalità di un Moloch  della grande impresa all’americana e personificazione della visione grintosa di uno sciamano Rasta che mi ha insegnato cosa significa la concretezza.

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Francesco Secci, alias ‘Il Rasta’, classe ’84. Si è fatto da solo, non ha idea di cosa sia il rastafarianesimo, gli piace questo taglio di capelli . Ha una splendida compagna e un belissimo bimbo. 

Esplorare, ricercare, andare oltre l’ermo colle Leopardiano, lo Smartphone oltre la siepe, un pugno per chi si mette in testa che quel maledetto dito sia il grilletto di una visione più grande che noi chiamiamo con reverenza ‘luna’. Come dicono i Pink Floydsei riuscito a raggiungere il tuo segreto troppo presto e ora piangi per la luna’. 

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Seduto al tavolo, in qualche placida giornata di primavera, in Piazza Santa Maria delle Carceri a Prato, il  Rasta inizia la sua giornata indicando la via per innovare la ristorazione.. Con i pantaloni dal cavallo basso, i giubbotti senza maniche di jeans, e gli occhiali con la montatura molto spessa, il Rasta sa cosa è giusto e cosa è sbagliato per il suo business. Dio, quanto adora parlare di business. Imprenditori si nasce. Anche perchè sono convinto che le idee possano venire a tutti ma per metterle in pratica ci voglia una dose fuori dal normale di pelle dura, coraggio, spregiudicatezza, capacità di resistenza e di valorizzare chi sta attorno.

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Francesco e la giovane Giulia, sous chef

In ogni caso il Rasta di cui parlo ha un nome: Francesco Secci. Ed è l’inconsapevole rock star, mente e deus ex machina del Dek Italian Bistrot. Un format replicato anche nella capitale del divertimento iberico, Ibiza.

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Gli esterni del Dek Italian Bistrot a Ibiza

Il Dek Italian Bistrot ha un’ambizione. E per me questo vale più di ogni altra cosa. Perché ogni eventuale sbaglio è in buona fede quando si osa. Nella ristorazione è facile sbagliare, specialmente in Italia, visto che siamo un popolo che ha nell’ars culinaria uno dei propri pilastri.

Cosa significa osare? 

Significa avere un’idea e perseguirla al di là di ogni visione di guadagno immediato e facile. Significa cercare di migliorare lo stato delle cose con la propria visione imprenditoriale. Significa distinguersi, burlarsi, significa avere il sorriso beffardo come Lorenzo De’Medici oppure il ghigno come il David di Donatello che sfida, in posa come Peter Pan, un Golia tronfio e appesantito dalla propria tracotanza.

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Sbruffone che non sei altro! La mia prof di Storia dell’Arte del liceo diceva che i ragazzi di oggi dovevano ‘andare in botta’ guardando questo e non bevendo l’alcool

Il Dek Italian Bistrot è questo. In posa tra mille colori della sala, con i tavolini che passano dal rosso acceso, al nero giubbotto di pelle al beige. Le tovaglie che pescano nel vasto panorama immaginifico dell’arte Pop degli anni 60. C’è il soffuso di una candela e l’intimità internazionale con i libri di alta cucina sugli scaffali. C’è il menù realizzato come se fosse un quotidiano cartaceo. Ci sono le barrique su cui appoggiare le cose. C’è la Francia e la sua eleganza floreale, ma anche la cultura Ska londinese nelle tovaglie a scacchi.

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Il fuori va da solo, basta solo uno sprazzo di bel cielo, un castello a fortificazione medievale e una chiesa da manuale di storia dell’arte. Un po’ di coperti e la brezza leggiadra è quello che serve per stare bene. Della serie: ‘ti piace vincere facile?’.

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Il menù è complementare a tutto il resto, i piatti sono sempre colorati e dal gusto internazionale. Sono fatti per rimanere impressi, nella mente. E’ il credo dello chef Andrea Alimenti, italo scozzese, che sa bene quanto per una famiglia, o una coppia, possa essere uno sforzo andare a mangiare fuori. E quindi vuole regalare un’esperienza che rimanga.

Emozioni impiattate e sapori riconoscibili.  

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Il menù è un ventaglio. Un ventaglio ampio a maglie larghe. Ovvero, il menù ha un’offerta in termini di categorie culinarie ma pochi piatti per ciascuna. Ogni volta che provo a spiegare questa cosa nessuno mi capisce.

Cerco di spiegarmi, nel menù si trova il Fish and Chips e il Sushi. Sono due categorie diverse, il primo è un piatto tipico di street food della cultura britannica, mentre il secondo è il cibo status symbol  di una cultura giapponese applicata a tutto il mondo alla moda il sabato sera (o degli studenti il sabato a pranzo all’All You Can Eat).

Fish and chips
Il fish and chips, fatto da uno chef italo scozzese potete immaginare che croccantezza. Con la tempura.

Sushi tonno

Al Dek Italian Bistrot offrono questi due piatti fatti con grandissima maestria e solo quelli, che è molto diverso dai ristoranti che hanno un menù che ricorda il manuale di Diritto Privato che avevo in quegli sciagurati 6 mesi passati a giurisprudenza.

Un menù che ripercorre le idee del Rasta Francesco Secci e l’esperienza cosmopolita dello chef Alimenti che ha lavorato in continenti da est ad ovest e si porta dietro una valigia piena di segreti e giochi fatti di affumicature, spezie, cotture e trucchi di prestigio che sono una cascata in piena che va ad esaltare ogni singolo sapore.

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Focacce, pizze, pasta e salumi di mare. Piatti ‘para compartir’, tartare, catalane e hamburger. La cucina del Dek Italian Bistrot è un abbecedario dei piatti più conosciuti in più cucine del mondo eseguiti aggiungendo qualcosa che sia in grado di sublimare il sapore.

Hamburger

Nota lieta, anzi accordo, è il pesce che viene trattato con grandissima maestria dallo chef Paolo Petruccelli, vero e proprio artigiano del mare. Di una freschezza spaventosa.

Tartare

La carta dei vini è studiata e ben equilibrata con i grandi classici nomi pesanti dalla Toscana con i Sassicaia, gli Ornellia e i Tignanello. In bolla si trova dal Laurent Perrier al Perrier-Jouët. Sulle fasce ad inventare, la Borgogna e anche qualche sorpresa, ancora poco conosciuta al grande pubblico, come l’Arneis di Ceretto.

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Il ristorante offre anche i cocktail a cura di un bar tender professionista, infatti per mantenere il carattere europeo, l’offerta è pensata per permettere ai clienti di rilassarsi dopo cena con la mixology raffinata.

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Il Dek Italian Bistrot, a Prato, può funzionare se trova l’appoggio e la voglia di tutto il comparto ristorativo della città di crescere e costruire. Sono convinto che a Londra o a Milano non avrebbe problemi.

Va bene per le serate con gli amici, per i pranzi di lavoro, le serate intime.

Penso che i ristoranti migliori siano quelli con un’anima. E che rispecchino il carattere del proprietario. Al Rasta piace mangiare bene e quindi so che questa sua passione la posso vivere a sedere al tavolino del Dek. 

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